I Papi e la Sindone

di Enrico Simonato

Segretario del Centro Internazionale di Studi sulla Sindone

Il rapporto tra la Sindone e i pontefici romani non nasce in epoca moderna. Da secoli la Chiesa si è trovata di fronte a questo singolare oggetto, accompagnandone la devozione senza trasformare la questione della sua autenticità storica in una verità di fede. 

Già alla fine del Medioevo la Santa Sede era intervenuta a proposito del telo conservato a Lirey, in Francia. Nel 1390 Clemente VII, papa dell’obbedienza avignonese durante il Grande Scisma d’Occidente, ne regolamentò le ostensioni. Più di un secolo dopo, quando la Sindone era ormai da tempo in possesso dei Savoia, Giulio II compì un passo di ben altro rilievo: nel 1506 approvò la Messa e l’Ufficio propri della Sindone, dando riconoscimento liturgico al culto che si era sviluppato intorno al telo.

Anche nel Novecento il rapporto con i pontefici rimase stretto. Pio XI seguì con particolare interesse la Sindone e l’ostensione del 1933, organizzata nell’Anno Santo straordinario per il XIX centenario della Redenzione. Pio XII, rivolgendosi a Torino nel 1953, ricordò la città come custode della «Santa Sindone», nella quale appare «l’immagine del Corpo esanime e del divino volto affranto di Gesù». 

È però con Paolo VI che prende forma quella serie di grandi meditazioni pontificie sulla Sindone che giunge fino ai nostri giorni. In occasione della prima ostensione televisiva, il 23 novembre 1973, Montini ricordò un’esperienza personale risalente a più di quarant’anni prima. Nel maggio 1931 aveva assistito alla proiezione su grande schermo della fotografia della Sindone e ne era rimasto profondamente impressionato: il volto che gli era apparso era, disse, «così vero, così profondo, così umano e divino» come nessun’altra immagine di Cristo che avesse potuto contemplare.

Paolo VI non volle tuttavia trasformare quell’impressione in una dichiarazione sull’autenticità del telo. «Qualunque sia il giudizio storico e scientifico» che gli studiosi avrebbero potuto formulare sulla misteriosa reliquia, ciò che gli interessava era soprattutto la sua capacità di condurre l’uomo oltre l’immagine, verso la persona di Cristo. La Sindone diventava così risposta, o almeno aiuto, a un desiderio antichissimo dell’uomo: «vedere Gesù». Non è quindi il telo il punto di arrivo dello sguardo: attraverso di esso lo sguardo è invitato ad andare oltre, verso il mistero di colui che vi è rappresentato.

Venticinque anni più tardi, durante l’ostensione del 1998, Giovanni Paolo II avrebbe espresso con particolare chiarezza questa duplice dimensione. La sua meditazione rimane probabilmente il testo pontificio più organico sul rapporto tra la Sindone, la scienza e la fede.

La prima delle sue celebri definizioni è sorprendentemente moderna: «La Sindone è provocazione all’intelligenza». Proprio perché pone interrogativi sulla propria origine e sul rapporto tra l’immagine e la vicenda storica di Gesù, essa interpella la ragione e invita alla ricerca. Ma Giovanni Paolo II stabilisce subito un confine molto preciso: l’autenticità della Sindone non è materia di fede e la Chiesa non pretende di risolvere con la propria autorità una questione che appartiene alla ricerca storica e scientifica. Agli studiosi spetta dunque continuare a indagare, senza posizioni precostituite e nel rispetto della metodologia scientifica.

Subito dopo, però, Giovanni Paolo II cambia prospettiva. Se alla scienza appartiene la domanda su che cosa sia la Sindone, il credente può interrogarsi su che cosa essa dica. Ed è qui che compare l’altra sua celebre espressione: «la Sindone è specchio del Vangelo». L’immagine dell’uomo flagellato e crocifisso presenta infatti una corrispondenza impressionante con quanto i Vangeli raccontano della Passione e della morte di Gesù. Ma il telo non trattiene su di sé lo sguardo: «rimanda a Colui» al cui servizio è posto.

Da questa intuizione Giovanni Paolo II sviluppa una meditazione molto più ampia. La Sindone diviene immagine della sofferenza degli innocenti di ogni tempo, delle vittime della guerra, della violenza, dello sfruttamento e dell’ingiustizia; ma contemporaneamente è immagine dell’amore di Dio, dell’impotenza della morte, del silenzio e della speranza. Il corpo martoriato dell’Uomo della Sindone non racconta quindi soltanto una sofferenza lontana nel tempo: richiama le sofferenze dell’umanità presente e costringe chi guarda a interrogarsi anche sulla propria responsabilità di fronte al dolore degli altri.

Una prospettiva ancora diversa, e forse teologicamente più profonda, viene proposta da Benedetto XVI durante il pellegrinaggio a Torino del 2 maggio 2010. Joseph Ratzinger concentra tutta la sua meditazione sul Sabato Santo, su quel tempo misterioso che separa la morte di Cristo dalla mattina di Pasqua.

Per Benedetto XVI la Sindone è precisamente «l’Icona del Sabato Santo». È l’immagine di un uomo morto, deposto dalla croce e collocato nel sepolcro; proprio per questo conduce a meditare sul momento forse più silenzioso dell’intera vicenda evangelica: Cristo è morto, la Passione è terminata e la Risurrezione non si è ancora manifestata.

Ma quel silenzio non coincide con il nulla. Benedetto XVI ricorre alla stessa caratteristica fotografica dell’immagine sindonica per costruire una suggestiva metafora: come la fotografia possiede un negativo e un positivo, così il mistero più oscuro della fede può diventare il segno più luminoso della speranza. La Sindone appartiene al buio del sepolcro, ma proprio da quel buio lascia intravedere la luce della Risurrezione.

Da qui nasce un’altra delle definizioni più forti utilizzate da un pontefice: la Sindone è «un’Icona scritta col sangue». Il sangue dell’uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e trafitto al costato parla nel silenzio. L’immagine è quella di un morto, osserva Benedetto XVI, ma il sangue parla della vita. Il telo diviene così, paradossalmente, un’immagine nella quale morte e vita, oscurità e luce, sofferenza e speranza si incontrano.

Papa Francesco riprende in parte questa prospettiva, ma introduce un’espressione di grande immediatezza. Nel videomessaggio trasmesso per l’ostensione straordinaria del Sabato Santo del 30 marzo 2013 afferma che stare davanti alla Sindone non significa semplicemente osservarla. È uno sguardo di preghiera, una venerazione; anzi, dice Francesco, significa «lasciarsi guardare».

L’espressione rovescia la prospettiva abituale. Siamo noi che guardiamo la Sindone, eppure quel volto dagli occhi chiusi sembra misteriosamente rivolgere lo sguardo verso chi gli sta davanti. E non cerca tanto i nostri occhi, osserva Francesco, quanto il nostro cuore. L’Uomo della Sindone conduce così a Gesù di Nazaret, al Calvario e al «silenzio eloquente dell’amore».

A questa lunga storia si può ormai aggiungere una breve postilla. Leone XIV non ha ancora dedicato alla Sindone una meditazione paragonabile a quelle dei suoi immediati predecessori. Ha tuttavia manifestato interesse per il telo torinese e, nel gennaio 2026, ha potuto conoscere direttamente il progetto digitale Avvolti, presentatogli dal cardinale Roberto Repole. È ancora troppo presto per sapere quale posto la Sindone potrà avere nel suo pontificato. Ma la storia dei suoi predecessori mostra che, al di là delle diverse sensibilità personali, questo antico telo continua a porre alla Chiesa la stessa domanda che Paolo VI aveva condensato, più di cinquant’anni fa, in due semplicissime parole: «Vedere Gesù».


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