Quando l’obiettivo incontra il sacro

Ai Musei Vaticani il ritratto di Domenico Anderson, fotografo tra due secoli

La Sala Conferenze delle collezioni pontificie ha ospitato il 14 aprile scorso la presentazione del volume che ripercorre la storia di una delle più importanti dinastie fotografiche della Roma tra Ottocento e Novecento

di Mario Alvarez

C’è un momento, negli anni Trenta del Novecento, in cui un uomo di quasi ottant’anni si trova solo, o quasi, davanti al Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina. Non è lì per pregare, né per contemplare. Ha con sé lastre di vetro, apparecchi fotografici, una tecnica affinata in decenni di lavoro. Si chiama Domenico Anderson, e quello che sta per immortalare resterà per generazioni una testimonianza visiva insostituibile.

È a lui, e alla straordinaria famiglia da cui proveniva, che i Musei Vaticani hanno dedicato il 14 aprile scorso un pomeriggio di incontro e riflessioni, presentando il volume Domenico Anderson (1854-1938). Fotografo in Vaticano, pubblicato dalle Edizioni Musei Vaticani.

L’appuntamento ha radunato nella Sala Conferenze delle collezioni pontificie un pubblico di storici dell’arte, archivisti e appassionati, oltre a esponenti della famiglia Anderson. 

A introdurre l’incontro è stata la direttrice dei Musei Vaticani Barbara Jatta. A seguire, i contributi dei relatori: Andrea Bacchi, direttore della Fondazione Zeri di Bologna, Rita Scartoni, Responsabile Licensing e Progetti della Fondazione Alinari per la Fotografia e Ilaria Schiaffini, Professoressa di Storia della Fotografia presso La Sapienza Università di Roma. A concludere l’incontro la curatrice del volume, Paola Di Giammaria, responsabile della Fototeca dei Musei Vaticani, che ha portato i saluti di Alessia Lobosco, che ha collaborato alla curatela, ma non ha potuto essere presente.

La storia degli Anderson comincia ben prima di Domenico. Il capostipite della famiglia era Isaac Atkinson, nato a Blencarn in Inghilterra nel 1813 e trasferitosi definitivamente a Roma nel 1838, dove si dedicò prima alla pittura e poi, dal 1845-1846, alla fotografia, firmandosi James, o Giacomo, Anderson. A lui si deve la fondazione di uno studio fotografico destinato a diventare punto di riferimento per studiosi, collezionisti e istituzioni culturali di tutta Europa.

Alla sua morte, nel 1877, il testimone passò al figlio Domenico, che ottenne nel 1895 il brevetto per “un processo e apparecchi fotografici per la riproduzione a colori”, rivelando fin da subito una vocazione alla sperimentazione che avrebbe caratterizzato tutta la sua carriera.

Domenico presentò i suoi lavori alla Prima Esposizione Italiana di Fotografia a Firenze nel 1887, alla Mostra Internazionale di fotografia di Milano del 1894, all’Esposizione Internazionale di Firenze del 1899 e all’Esposizione Universale di Parigi del 1900. Un curriculum che racconta l’ampiezza del riconoscimento internazionale di cui godeva. Nel 1894 ricevette addirittura dall’imperatore di Germania Guglielmo II l’incarico di riprodurre per la prima volta in fotografia i rilievi della Colonna Antonina, confluiti nel volume Die Markussäule auf Piazza Colonna in Rom, edito nel 1896.

Domenico Anderson attraversa un’epoca di trasformazioni profonde, quando la fotografia, nata come strumento documentario, diventa progressivamente linguaggio artistico autonomo. Le sue sperimentazioni tecniche, dalle stampe al carbone colorate a mano, alle albumine montate su tela, testimoniano l’importanza che Domenico dà alla componente artigianale, così cara alla fotografia di fine Ottocento, e la sua tensione costante tra fedeltà al soggetto e ricerca di una propria voce espressiva.

Il rapporto con i Musei Vaticani si costruisce attraverso decenni di collaborazione continuativa. In una prima fase, la Ditta Anderson ottiene dalla Direzione dei Musei i permessi per fotografare opere e ambienti delle collezioni pontificie, alimentando un catalogo di vendita rivolto a storici dell’arte, viaggiatori colti e istituzioni accademiche. Tra i clienti di Anderson figuravano rinomati storici dell’arte come Bernard Berenson ed Ernst Steinmann, fondatore della Bibliotheca Hertziana. Con Steinmann avviò nel 1898 una duratura collaborazione che portò a un’importante campagna fotografica sugli affreschi della Cappella Sistina.

Il culmine dell’attività di Domenico Anderson in Vaticano si raggiunge però tra il 1933 e il 1934, quando il direttore dei Musei Bartolomeo Nogara gli affida una missione di straordinaria portata: documentare fotograficamente il Giudizio Universale nella Cappella Sistina e gli affreschi della Cappella Paolina. Un lavoro monumentale che avrebbe prodotto circa 270 negativi originali, oggi conservati nei Fondi Anderson della Fototeca dei Musei Vaticani, insieme a stampe, albumine e lastre di vetro. Questi scatti, realizzati anche prima e dopo i restauri del 1933-34, costituiscono ancora oggi una fonte primaria per gli studiosi di Michelangelo.

Il volume presentato dai Musei Vaticani è strutturato in tre sezioni: la prima ricostruisce le biografie di Giacomo e Domenico Anderson; la seconda analizza l’opera di Domenico all’interno delle collezioni pontificie; la terza approfondisce le scelte tecniche del fotografo nei lavori in Sistina e Paolina. A completarlo, un ricco apparato iconografico e appendici documentarie e bibliografiche.

Sullo sfondo di questa storia individuale si staglia la vastità della Fototeca dei Musei Vaticani, che oggi custodisce circa 400.000 positivi e 350.000 negativi – di cui 50.000 lastre di vetro – con soggetti che spaziano dalle collezioni pontificie ai paesaggi urbani e agli scavi archeologici di Roma e d’Italia, dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni Settanta del Novecento. Una fondamentale memoria visiva custodita come patrimonio collettivo.

Come ha sottolineato la curatrice Paola Di Giammaria, questo volume è il frutto di tre anni di ricerche condotte sulle fonti documentarie dell’Archivio Storico dei Musei Vaticani: permessi concessi per riprodurre le collezioni museali, cataloghi, corrispondenze che restituiscono il profilo di un professionista capace di muoversi con disinvoltura tra committenze istituzionali e relazioni intellettuali di primo piano.

Un fotografo che ha saputo fare dell’obiettivo non solo uno strumento di riproduzione, ma un modo di interpretare e tramandare la grande arte.

Il libro dedicato ad Anderson si colloca del resto in una traiettoria precisa della Fototeca, che negli ultimi anni ha moltiplicato le iniziative – con studi sistematici, esposizioni, progetti di digitalizzazione – per aprire ad un pubblico più ampio possibile un patrimonio fotografico di eccezionale valore storico e artistico.


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