… Sotto il Cupolone

di Domenico Ruggiero

Il prossimo 18 aprile saranno cinquecentoventi anni dalla posa della prima pietra che ha dato inizio alla costruzione dell’attuale Basilica di San Pietro. La preesistente Basilica Costantiniana, causa: i dodici secoli di vita, la mancata necessaria manutenzione e le fondamenta realizzate a suo tempo affrettatamente, nonostante qualche tentativo di risanamento, dava segni di cedimento e, poiché non più sufficiente ai bisogni dei tempi rinascimentali, Papa Giulio II decise di abbatterla per edificarne una nuova più grande, più bella e funzionale. Fu così che chiamò il Bramante, che ben conosceva le tecniche dei costruttori antichi, chiedendogli la progettazione e realizzazione della nuova Basilica. Il 18 aprile 1506 il Papa posò sotto l’attuale “pilone della Veronica” la prima pietra della nuova costruzione che, tra l’altro, avrebbe dovuto alloggiare al suo interno il fastoso mausoleo che Michelangelo gli doveva scolpire.

Alla morte di Giulio II, avvenuta il 21 febbraio 1513, seguìta da quella del Bramante l’11 marzo dell’anno successivo, erano state realizzate diverse opere basilari, compreso i quattro piloni centrali che dovevano sostenere la cupola e le arcate di sostegno del tamburo. Ora bisognava trovare un degno successore per proseguire nella realizzazione del progetto bramantesco. Si alternarono vari architetti: Raffaello, Giuliano da Sangallo, Antonio da Sangallo, il Peruzzi e tanti altri, ma nessuno risultò all’altezza. In aggiunta a ciò, con le tristi vicende del sacco di Roma, avvenuto nel 1527 e perpetratosi per quasi dieci mesi, la città fu ridotta nella più spaventevole miseria, tanto che la fabbrica della Basilica restò sospesa per quattordici anni.

Nel 1534 salì sulla Cattedra di San Pietro Papa Paolo III, iniziatore della riforma cattolica con il Concilio di Trento e restauratore delle finanze pontificie; non potendo lasciare abbandonati i lavori di costruzione della Basilica (cosa che stava minando il prestigio della Santa Sede), decise di riprendere i lavori. Chiamò l’architetto Antonio da Sangallo incaricandolo della ripresa dei lavori. Il Sangallo lavorò, senza grossi risultati, alla realizzazione della colossale opera fino al 1546, anno della sua morte.

Il 1° gennaio 1547, dopo più di quaranta anni dalla posa della prima pietra, Papa Paolo III, con un “Breve Papale” nominava Michelangelo Buonarroti Architetto Capo della Basilica, con la facoltà immutandi, ampliandi et restringenti, ovvero tutto ciò che avrebbe ritenuto opportuno. Unica raccomandazione salvare quante opere possibile e realizzare disegni di quanto non salvabile.

Delle varie opere salvate e ricollocate ve ne sono due che per i più sono sconosciute, nonostante la loro bellezza e importanza storico artistica: La Navicella di Giotto e La Pina o Pigna.

Entrando nell’atrio fin alla porta centrale, voltando le spalle a quest’ultima si osserva in alto, sopra l’ingresso centrale dell’atrio, purtroppo controluce, uno splendido mosaico, realizzato su “cartone” di Giotto, chiamato comunemente “La Navicella di Giotto”. In esso è rappresentata la scena evangelica del Cristo che cammina sulle acque e di Pietro, il quale, nel tentativo di raggiungerlo, preso dalla paura di affogare, implora il Signore di salvarlo: “Uomo di poca Fede, perché hai dubitato?”

Opera commissionata al Maestro nel 1298 dal cardinale Giacomo Stefaneschi, canonico di San Pietro. La prima composizione musiva, di forma rettangolare, ornava la parete interna del quadriportico della vecchia Basilica, dove rimase fino al 1610. Dopo vari sfortunati spostamenti, nel 1675 fu collocata ove è attualmente. Purtroppo i vari tentativi di allocazione e i relativi interventi di adattamento hanno ridotto le dimensioni e la bellezza originale dell’opera. Il Vasari, che la vide ancora al suo posto originale, la definì “miracolosa e meritatamente lodata da tutti i belli ingegni”.

L’atrio dell’antica Basilica costantiniana, detto anche Paradiso, era formato da un quadriportico largo 56 metri e lungo 62, sostenuto da 46 colonne, nel mezzo dello spazio centrale piantato a giardino sorgeva il cantharus, formato da una pina bronzea che si diceva provenisse dal Pantheon di Agrippa, ricordata da Dante nella Divina Commedia (Inf. 31, 58-60): “la faccia sua mi parea lunga e grossa come la pina di San Pietro a Roma, e la sua proporzione eran l’altre ossa…..”

La pina, insieme ad altre allegorie, formava una fontana per le ablusioni necessarie prima dell’entrata al Tempio.

Dell’imponente struttura furono salvati soltanto la Pina e due Pavoni, anch’essi di bronzo, che ora sono conservati nei Musei Vaticani presso il Cortile del Belvedere, posizionati nel Nicchione del Palazzetto del Belvedere.


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