di Elena Ledda
È un ambiente venato di gusto déco, ambiguamente sospeso fra modernità e passato, tra scelte inevitabilmente legate alle novità contemporanee e una ricerca spasmodica di annullamento del presente, quello che d’Annunzio denomina “stanza del lebbroso”, nella sua ultima dimora, a Gardone Riviera. Ha la struttura di un sacrario privatissimo, di un sancta sanctorum, tra pannelli decorati con raffinate allegorie, sculture, tappezzerie e cortine in pelle di daino scamosciata che rimandano al colore del saio francescano. È il luogo eponimo delle meditazioni solitarie del poeta, dell’isolamento anacoretico, ma anche il suo ultimo palcoscenico, dove il piccolo letto delle “due età”, a forma di culla-bara a rappresentare la nascita e la morte, accoglierà la sua salma nella notte del trapasso. A vegliarla, sulla parete di fondo, è l’emblematico dipinto di Guido Cadorin che raffigura san Francesco, pietoso, nell’atto di abbracciare d’Annunzio ignudo, monocolo e lebbroso.

Policrome vetrate piombate, realizzate da Pietro Chiesa, ricordano nei loro versi, come echi salmodianti, l’amore dell’Assisiate per il creato: “Stelle del cielo, benedite il Signore/Rivi e fonti, benedite il Signore/Fiori e foglie, benedite il Signore/Augelli del cielo, benedite il Signore”.

Il luogo raccoglie, in sintesi, simboli e riti francescani che si trovano sapientemente distribuiti all’interno di tutta l’abitazione, ma che prendono avvìo già dalla facciata dell’edificio che il Poeta chiama “Prioria” e si concludono, con la statua di San Francesco benedicente, opera bronzea di Giacinto Bardetti, nel giardino privato.
La casa è voluta dal poeta come ritiro conventuale. “Clausura, fin che s’apra, silentium fin che parli” si legge sull’architrave ligneo della porta d’ingresso. Deve essere, per lui “priore”, il luogo della sua anima, uno spazio dove il silenzio conduce alla meditazione, all’ispirazione, al misticismo letterario.
Uno spazio, comunque, partecipato anche da fedeli “clarisse”, le donne di servizio, alle quali poter attribuire fantasiosi nomi (suor Maria degli Alari, suor Pecchia, suor Intingolo) e, non raramente, da “badesse di passaggio”.
Il rituale francescano è articolato, per volontà di d’Annunzio, secondo un percorso preciso e definito. Varcata la soglia, le concatenazioni simboliche fra oggetto e oggetto e fra luoghi e luoghi si fanno sempre più vive. L’ingresso, con la scala dal valore mistico e sacrale che conduce al primo piano, si presenta interamente rivestito dal legno di larice ricavato dai postergali di un coro monastico del Settecento ed è dominato da una piccola colonna “salvifica” in pietra grigia proveniente dalla Casa dei Terziari di Assisi, sul cui plinto spiccano i tre chiodi simbolici della passione di Cristo. È la colonna stessa ad anticipare, ritualmente, i due accessi laterali alle sale d’attesa: la porta di destra, sormontata da una lunetta con la figura di Santa Chiara, opera di Angelo Landi, conduce alla “stanza del mascheraio” (per gli ospiti indesiderati), quella di sinistra, sovrastata da un’altra lunetta con l’immagine di San Francesco e le scritte sul battente interno “Pax et Bonum” e “Malum et Pax”, conduce all’“Oratorio dalmata” (per gli ospiti graditi). Il senso del claustro monastico è qui rimarcato dal rivestimento ligneo delle pareti ricavato dagli schienali dei sedili in noce di un coro toscano, da candelabri, messali e libri di preghiera. A dominare è dunque il tema del raccoglimento meditativo e religioso, ma chiaramente influenzato dal pensiero francescano che si manifesta nell’iscrizione apposta sopra il caminetto marmoreo “Laudato sia mio Signore/ per frate/fuocho per lo quale tu alumini la nocte/ et ello è bello et iocundo/ et robustissimo et forte” e in quella sulla fontanella in marmo rosa “Laudato sia mio Signore/ per suor Acqua/la quale è multo utile/ et humele et preziosa et casta”.
Se la presenza di rimandi francescani si fa più lieve nelle altre sale della “prioria”, in quella denominata “delle reliquie” appare, invece, particolarmente marcata. È questo un ambiente ricco ed emblematico, nel quale la sacralità delle reliquie belliche e le immagini liturgiche di diverse religioni dialogano in un racconto mistico fatto di continui rimandi. È una sorta di pantheon, un luogo dedicato a tutti gli dei, sul soffitto del quale è sospeso, sopra un reticolo di cordami in lamè dorato, che evoca immediatamente il cordiglio francescano, un grande vessillo della Reggenza del Carnaro.
Ed è qui posta, su un mobile sacrario, davanti a un ciborio ligneo e dorato, tra reliquie vere o presunte, pissidi, breviari e testimonianze d’imprese eroiche, una raffinata teca in vetro soffiato, modellata su disegno di Napoleone Martinuzzi, in forma elegantemente déco. Contiene una matassa di fili di seta che evoca la chioma bionda di Santa Chiara, recisa come atto simbolico di rinuncia alla vanità, alla ricchezza, e di consacrazione a Cristo secondo l’esempio di San Francesco.
L’intera stanza è un’apoteosi della polimorfa rappresentazione del sacro da parte di d’Annunzio, dove il richiamo al santo di Assisi, sintesi di amore e di umiltà, e ai suoi miracoli, si ritrova nell’icona in smalto policromo di Giuseppe Guidi, appesa a un paravento damascato, accanto alla “piramide degli idoli”, ma soprattutto nella scultura di Giacinto Bardetti che raffigura il Serafico sull’elefante, oggi collocata nel Museo “D’Annunzio Eroe”, all’interno dello “Schifamondo”. È lo stesso poeta a ricordare il significato profondo di quest’opera bronzea nell’ultima sua opera, Il libro segreto: “Dianzi, nel cenacolo delle Reliquie, fra i santi e gli Idoli, fra le immagini di tutte le credenze, fra gli aspetti di tutto il Divino, ero quasi sopraffatto dall’empito lirico della mia sintesi religiosa. Santo Francesco apparito, dritto sul collo formidabile dell’Elefante sacro, apparito ai testimoni del Budismo, ai legislatori del Budismo, i mostri della mitologia asiatica!
L’accesso alla stanza del sincretismo religioso è consentito attraverso uno stretto corridoio denominato della Via Crucis, ornato con la stoffa “vaiata” di Lisio che reca un ulteriore richiamo francescano nei motti “Pax et Bonum” e “Malum et Pax”, interrotto da un cancello ligneo “solare” con oriframma, a proteggere la clausura della parte più interna della “prioria”, idealmente posta sotto il patrocinio del Santo, raffigurato in un disegno a parete.
A suggello dell’interesse per il Poverello di Assisi avuto, fin dagli anni giovanili, dal priore di questo convento immaginario chiamato “Il Vittoriale”, per definizione percepito come spazio sacro, restano nella residenza claustrale e silenziosa ancora altre testimonianze. Sono i tanti libri d’argomento francescano raccolti sugli scaffali di diverse stanze che recano annotazioni, segni di lettura. Sono stati preziosa fonte di ispirazione, di suggestione e stimolo che traspare palesemente e con cadenza non episodica nella sua immaginifica opera.


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