Per un’Europa che guardi al mondo

di Annalisa Colavito

“La guerra non è la soluzione”, ha detto l’ex Ministro degli Affari Esteri Vincenzo Scotti durante la presentazione del volume “Per un’Europa che guardi al mondo. Appello ai cristiani e alle persone di buona volontà”. L’incontro, di lunedì 2 marzo, si è tenuto presso l’Aula Giulio Cesare del Campidoglio, a Palazzo Senatorio. Si è trattato di un’occasione di riflessione sul presente e il futuro dell’Europa, chiamata a cambiare guardando fuori di sé. L’obiettivo è la pace, un processo in divenire che va costruito giorno dopo giorno col dialogo, ma oggi più che mai sembra irraggiungibile. Il conflitto in Iran, oltre a quello Russo-Ucraino e le guerre di cui si sa poco, ne sono la riprova. Gli squilibri geopolitici si ripercuotono così sulle vite di tutti segnando un passaggio epocale da un ordine globale a stelle e strisce a uno multipolare frammentato e ben più fragile: l’ascesa della Cina e la crisi della globalizzazione ne sono una chiara dimostrazione. “Cinque anni di conflitto in Ucraina, due milioni di perdite umane e un mondo lacerato da guerre e violenze. L’assuefazione alla violenza è una sconfitta morale e strategica”, ha aggiunto l’ex sindacalista e imprenditore, nell’introdurre la presentazione del volume di cui è coautore con Patrizio Bianchi, Sergio Fabbrini, Luigi Paganetto, Vincenzo Paglia. Un appuntamento unico nel suo genere che ha visto presenti rappresentanze di spicco unite intorno allo stesso tema.

Dal ruolo dei cattolici all’interno del cattolicesimo politico fino ad arrivare al contributo che il Vecchio Continente sta dando alla pace: questi alcuni dei punti toccati dalle rappresentanze presenti, passando per il ruolo non secondario delle università. Nessuno è escluso dal dover contribuire ad un cambiamento significativo, che possa restituire dignità al periodo. La guerra è quasi diventata la normalità: distrugge e compromettendo le vite umane. “Serve un’alleanza capace di dialogare senza annullare le differenze”, ha aggiunto Vincenzo Scotti. L’Europa e i suoi cittadini appaiono stanchi, ma è urgente che torni alla sua missione politica e morale. L’appello, rivolto ai cittadini europei, religiosi, cristiani, intellettuali e cittadini, appare come una richiesta di partecipazione collettiva con l’obiettivo uscire tirare fuori l’umanità dal baratro. Bisogna trovare il modo di sopravvivere a un tempo fragile e individualista, e in questo il ruolo della Chiesa è centrale. Il compito delle religioni, di tutto il mondo, è quello di riportare al centro del dibattito sociale il tema della fratellanza, del merito, dell’onestà. “L’Europa ha bisogno di una nuova umanità, etica” ha affermato Monsignor Vincenzo Paglia. Il potere politico ha stravolto le regole del vivere quotidiano, capovolgendo priorità e valori e aumentando nelle persone la percezione di una stagnante corruzione, alimentando tra le altre cose la sfiducia che tra elettorato e partiti. In uno scenario globale debole e contro le regole del buon costume, la Chiesa è l’unica istituzione che può sovvertire le regole trascritte male dal potere politico servendosi del rapporto interdipendente politica-Chiesa. È qui la chiave di volta di un periodo di crisi: perché la relazione fino ad ora non ha funzionato? “La politica senza la Chiesa non va da nessuna parte e viceversa: è tempo di vincere una sfida e un’opportunità importante per fare un’Europa nuova. Il Vecchio Continente ha portato la scienza e l’innovazione nel mondo, è un gigante commerciale: dov’è in questi giorni di conflitto? Perché l’Europa non ha guardato al mondo?” così Patrizio Bianchi nell’introduzione dei lavori e nel precedere Monsignor Vincenzo Paglia ha parlato dell’urgenza di “promuovere il bene del mondo, riprendere quello spirito che unì un gruppo di intellettuali per sognare in grande”, e soprattutto insieme. “La Chiesa cristiana vive ripiegata su se stessa, ma esiste per salvare il mondo. Dio ha amato il mondo, non una parte, dobbiamo riscoprire di essere lievito e sale per il mondo intero. Senza l’Europa è impossibile la pace nel mondo, ma serve un nuovo umanesimo altrimenti torna la barbarie. Viviamo in un’epoca di deserto delle visioni, il manifesto è un picchetto che ci permette di muoverci in tanti”, ha sottolineato subito dopo Monsignor Paglia.

L’urgenza di ritrovare un nuovo centro politico europeo è il filo rosso che lega gli interventi dei relatori presenti in Aula, senza tralasciare il promemoria che ha mosso il progetto europeo fin dagli albori: proteggere i diritti civili e umani, compresi quelli delle minoranze. Dialogo e inclusione sono le parole che accomunano la ricerca di una intesa nuova, una pace duratura che possa favorire il dialogo e ricostruire il legame umano e di fiducia, perduto. Le università sono un baluardo di democrazia e promozione di fratellanza e solidarietà. La transizione sociale ed economica che attraversiamo richiama un’esigenza di progresso e rinnovata coesione sociale. Lo storico Agostino Giovagnoli, invece, nel parlare della visione di estraneità di Trump ha sottolineato l’urgenza di riscoprire l’anima dell’Europa, difendendo e riaffermando le radici in difesa della realtà. In conclusione il Presidente del Censis Giuseppe De Rita ha condiviso una riflessione sullo stato di stagnazione in cui viviamo. “Stiamo diventando tutti democristiani, la stagnazione è l’inizio dell’apocalisse, servono politici singolari, anche nel modo di vestire. Trump non è il peggio che ci potesse capitare, dopo di lui c’è Vance che va contro i meccanismi dell’umanità.”

Il pensiero e le scelte di Francesco d’Assisi, ora più che mai, sono il modello e l’esempio utile a restituire senso ad un fare consolidato che alimenta le crisi del nostro tempo.

“La prospettiva unica che siamo chiamati a trovare dovremmo trovarla anche con altre religioni, emergenti in un’unica prospettiva. La salvezza è quella degli uomini redenti, quella di Francesco d’Assisi che ha cambiato vita quando ha dato dignità ai carcerati, quando ha abbracciato i lebbrosi, dobbiamo ripartire dai più poveri e deboli”, ha concluso Vincenzo Paglia.


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